Di nulla di più oscuro

Nič temnejšega ni
od jasne govorice
in nič resničnejšega ni od pesmi,
ki je razum ne more zapopasti,
junaki šepajo v svetlem soncu
in modrijani jecljajo v temi,
burkeži pa se spreminjajo v pesnike,
krilati pegazi vedno hitreje dirjajo
nad votlinami naše stare zemlje
in poskakujejo in trkajo,
nestrpne slovenske živali
se vedno budijo kralja Matjaža.
(…)

Non c’è nulla di più oscuro
di un linguaggio chiaro
e niente di più vero di una poesia
che la ragione non riesca ad afferrare,
gli eroi zoppicano alla luce del sole
e i saggi balbettano nel buio,
i buffoni invece si tramutano in poeti,
i pegasi alati galoppano sempre più veloci
sopra i dirupi della nostra vecchia terra
e saltano e scalpitano,
gli impazienti animali sloveni si ostinano
ancora e sempre a risvegliare re Matjaž.
(…)

Edvard Kocbek, poeta sloveno

Del Friuli, dei padri e dei figli

Oggi sul Gazzettino un mio intervento sul Friuli letterario e culturale di ieri e di oggi. Lo posto qui, ché non tutti leggeranno, immagino.

 

Provo a districare la matassa di pensieri generati dalla lettura dei precedenti interventi sul tema dei ‘padri e figli’ letterari più o meno presenti nella nostra regione. Lo faccio, inevitabilmente, da una posizione (ammettendo che il centro sia in qualche punto a occidente di dove vivo e opero) marginale: non solo geograficamente, vivendo io a strettissimo contatto con un (ex) confine, quello tra Italia e Slovenia, in una regione che è già di per sé confine, ma anche dal punto di vista letterario.

La questione, dunque. In linea generale e senza voler fare, per il momento, distinzioni, mi sembra di poter dire che la letteratura di questa regione rappresenti davvero un caso unico in Italia e non solo: per la sua varietà di stili e linguistica, per la capacità di porsi in ascolto e di dettare nuove strade, infine per la qualità della produzione letteraria. Non sto qui a citare tutti i nomi già fatti, ci metto dentro – giusto per dare un’idea di autori viventi – solo Magris e Pahor, Cappello e Zanier, Avoledo e Villalta. Poi però vengono le distinzioni, geografiche e generazionali. Sulle prime penso che Massimiliano Santarossa abbia colto nel segno parlando di una dimensione della città e del territorio, ed anche di un contrasto sociale, che porta Pordenone ad essere la realtà trainante. Non so dare una risposta definitiva al perché  Udine non sia stata e non sia capace di porsi nemmeno in competizione. Mi torna in mente un’esperienza lontana nel tempo, il tentativo fatto con alcuni amici udinesi di smuovere, attraverso una rivista, le acque limacciose in cui ci sembrava si trovasse la cultura friulana. Ci impantanammo, ovviamente. E poi penso ad una realtà che sino ad ora non è stata citata, una realtà geograficamente e numericamente piccola come quella di Gorizia, dove un piccolo gruppo di poeti della mia generazione sta creando poesia di qualità, e da dove ogni estate parte un festival poetico itinerante, ‘Acque di acqua’, che coinvolge decine e decine di poeti in letture che avvengono in ogni parte della regione ed anche in Austria, Slovenia e Croazia. Un festival che non riceve un euro dalla Regione, e che quindi sarà probabilmente una delle poche iniziative letterarie che si terranno anche il prossimo anno.

Pensando a questa piccola ma importante realtà arrivo alla questione generazionale. Per evitare di ripetere nomi e cose già scritte, giungo al punto che mi sta a cuore. Credo che la connotazione principale che ha contraddistinto i ‘maestri’ del nostro Friuli – ormai tutti scomparsi eccetto Leo Zanier, che considero alla stessa stregua degli altri anche solo per aver scritto una poesia come ‘Identitât’ – sia stata, al di là della qualità letteraria, un forte sentimento etico e civile. Che oggi, questi sono i tempi, non esiste quasi più. È quasi del tutto scomparsa, non solo nella letteratura, quella necessità di camminare un percorso culturale con la schiena diritta, di non lasciarsi condizionare da bisogni economici e politici, di coltivare con onestà ed umiltà una gioia propria per poterla donare agli altri. Penso a Morandini, che ho conosciuto meglio di altri, e provo una certa amarezza nel riflettere su come quanto ha cercato di insegnarci, anche con il semplice fare, sia rimasto lettera morta. Allora, a Udine e altrove, forse bisognerebbe iniziare a pensare che, nonostante tutto, occorre mettersi in gioco guardando alla letteratura ed alla cultura come bene collettivo, come occasione di essere parte di quel progresso di cui parlava Pasolini, quello voluto da chi, diceva, ‘non ha bisogno di interessi immediati da soddisfare’. Sarebbe un buon inizio.

Del proprio nome (e di quello di Janša)

Viene proiettato in questi giorni Jaz sem Janez Janša, Io sono Janez Janša. Il nome è quello dell’attuale premier sloveno. Nel 2007 tre artisti sloveni hanno aderito al partito del primo ministro con il suo nome. All’improvviso con quel nome, oltre al vero Janez Janša, si affacciavano sulla scena mediatica altri tre suoi omonimi. Il film-documentario racconta non solo le conseguenze di questo gesto artistico, ma anche quale importanza ha avuto per altri artisti il proprio nome, e quindi la propria identità, l’utilizzo del nome come interfaccia tra il pubblico ed il privato.

Qui il sito ufficiale, anche in inglese.

Di William Ospina

 

Grazie ad Eli sono incappato in William Ospina, saggista e poeta colombiano. In rete è disponibile una sua raccolta di poesie dal titolo attraente, ‘Con chi parla Virginia camminando sino all’acqua?’. Ho provato a tradurre una poesia della raccolta, questa.

Apollinaire canta una canzone di febbre

Lou passa in mezzo alla festa di proiettili di ottobre
Ed è solo una corazza di amore ciò che la copre. 
 
Non morirai, Lou mia, non terminerà la tua attesa 
Nel grembo rosso di questa rossa trincea. 
 
È solo la mia memoria quanto così ti invita 
A negare queste ombre con la tua risa e la tua vita. 
 
Quanto fa che nelle robuste barricate ti veda, 
Là dove l’insonne guerra lampeggia. 
 
Lou, gazzella. Lou, rosa. La notte d’oro va a iniziare. 
Lou, tormenta. Lou, spada. E voltando la testa
 
L’ombra disabitata 
Mi bacia mentre si fa carne. 
 
Perdona l’insensato che non sa tacere 
La sua atroce attrazione per la battaglia; 
 
Il suo sdegno per le ali; 
La sua ammirazione di nordico per la luce dei proiettili; 
 
E vieni così, intangible, serena, dolcemente, 
Prima che mi bacino le braci sulla fronte.

Di Pordenonelegge

Oggi inizia, io ci sarò sabato 22 e domenica 23, tra le altre cose qui:

SABATO 22 SETTEMBRE 2012 ORE 11:00

Palazzo della Camera di Commercio, Sala Convegni

Tradurre poesia
Workshop sulla traduzione, guidato da Michele Obit, con la partecipazione di Marco Fazzini, che vede al lavoro i poeti sloveni Dejan Koban, Miljana Cunta, Tibor Hrs Pandur e i poeti italiani Roberto Cescon, Giulia Rusconi e Piero Simon Ostan
 

SABATO 22 SETTEMBRE 2012 ORE 16:30
Palazzo della Camera di Commercio, Sala Convegni

Colloquium I. Una poesia di frontiera?
Incontro con Dušan Šarotar, Marko SosičMichele Obit e John Mc Court

Crossroad of European Literature Project, in collaborazione con Vilenica Literarni Festival e Cùirt Literary Festival

 

DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012 ORE 18:00
Palazzo della Camera di Commercio, Sala Convegni

Colloquium II. Una poesia di frontiera?
Incontro con Aleš Šteger, Miroslav Košuta, Michele Obit e William Wall

Crossroad of European Literature Project, in collaborazione con Vilenica Literarni Festival e Cuirt Literary Festival

 

DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012 ORE 19:00
Loggia del Municipio

Alla sera, la poesia… Una maratona di poesia lunga cinque serate

Letture di Michele Obit ,Aleš Šteger, Giorgio Manacorda, Giulia Rusconi, Dušan Šarotar. Presentano Roberto Cescon e Piero Simon Ostan

Di qualcosa di locale

Oggi mi tengo sul locale. Un po’ riprendo argomenti trattati da post di blog a me in qualche modo vicini, come questo e questo, oltre che dal giornale per cui lavoro. Insomma, questa vicenda del Planino, nel comune di Stregna, dove si vorrebbero realizzare strutture agrituristiche, aree di sosta per autocaravan e piscine per bambini (l’intera vicenda si può riepilogare qui), cosa che mi sembra più rilevante della possibilità che, con una variante al Piano regolatore, si permetta di costruire un agriturismo. Comunque. È evidente che la questione è sintomatica. Non sta nel Planino il vero problema, a mio vedere. Sta nel ‘sistema’ che si vuole (o non si vuole) creare per sperare di dare alle Valli del Natisone un minimo di futuro. Sistema è, secondo il dizionario, “un insieme di elementi interconnessi tra di loro o con l’ambiente esterno tramite reciproche relazioni, ma che si comporta come un tutt’uno, secondo proprie regole generali”. Un insieme di elementi legati tra loro. Qualsiasi iniziativa, anche Planino, ha un senso solo se collegata a tutto il resto, cioè a quello che c’è o che si vorrebbe realizzare sullo stesso territorio (stiamo parlando di circa 200 km quadrati).
I primi di agosto ho assistito a Drenchia ad un’interessante conferenza di un architetto, Renzo Rucli, sulle prospettive turistiche (e non solo) del territorio di quel piccolo (per numero di abitanti, un centinaio) comune. Al di là delle sue proposte, ho avuto la stessa sensazione: ha un senso progettare, realizzare interventi in un territorio comunale se non sono collegati alle realtà vicine?
L’ho già scritto altrove: qualsiasi idea di sviluppo turistico deve essere integrata, e ad essa vanno aggiunte due cose: fantasia e lungimiranza, cioè le capacità di sorprendere e di guardare lontano.
Un inciso, per concludere: ascoltando Rucli mi sono ricordato che 20 anni fa, dicasi 20, l’avevo intervistato su un progetto di turismo integrato per le Valli del Natisone che era stato pensato da tre architetti udinesi. Sono passati vent’anni. Quel progetto non è mai stato realizzato, né molto altro.

Di una poesia

L’ennesima volta – l’ulteriore avviso
“decorsi 20 giorni dalla data di”
“provvederà alla sospensione della”.
Io pago sempre – anche con la febbre
e con le emorroidi in fiamme – anche
con le urla che non so più sentire
– io pago questa oscurità congenita
ed il tempo indefinito delle cose
che si attorcigliano per inerzia –
quindi tenetevi le vostre avvertenze
ed il vostro “resta inteso che qualora”
perché io pago con il mio essere al bordo
della parola – il mio scardinare senza tregua.

Di Zverinice prijateljice (Amiche bestioline)

Sabato a Topolò abbiamo presentato il sesto (già!) libro della collana Koderjana. Si intitola ‘Zverinice prijateljice’ (Amiche bestioline), scritto dal poeta e scrittore sloveno Matjaž Pikalo che ha musicato quattordici delle sue poesie e registrato con il gruppo Autodafé un cd, allegato al libro. Ecco un assaggio, in sloveno ed italiano, del libro. Una canzone dal vivo degli Autodafé su Youtube, la trovate qui.

ZAJČEK IN GRDINICA

Slonel sem na ganku,
se čudil naravi in njeni malariji,
počutil sem se kot bi bil v galeriji.
Pripihal je vetrc
in okoli vogla povlekel:
–Lahko bi listje pometel, sem si rekel,
ko nekdo po mostičku je pritekel.
Bil je zajček, na smrt preplašen,
sledi da mu zmaj, kozel strašen!
–Kaj zdaj – je kozel ali zmaj?,
sem hotel potešit svojo radovednost,
čeprav imel je minimalno prednost.
–Oboje! je zavpil in se zame skril.
Zverinica, da po imenu je grdinica,
ima rep in rogé ter koničaste zobé!
Hoče za júžino ga snesti,
s kostmi in kožo vred pojesti!
Še mene je preplah zajel,
čeprav sem metlo v rokah imel!
–Veš kaj prišlo mi je na misel?
sem rekel, samo da ne bi več na meni visel.
Kaj ko bi grdinico zvabil v svojo luknjico,
postavil nanjo kamen in
čez žverco napravil amen!?

IL CONIGLIETTO E IL GRIFONE

Appoggiato al balcone, stupito
dalla natura, dalla sua leggiadria,
mi sentivo come in una galleria.
Soffiava un vento leggero
che attorno al cantone andava a girare:
– Potrebbe, pensavo, le foglie spazzare,
quando dal ponticello qualcuno vidi arrivare.
Era il coniglietto, a morte impaurito,
un leone, un’aquila lo aveva inseguito!
– E allora – è un’aquila o un leone?
volevo placare la mia curiosità
pur se non era la priorità.
– Entrambi! gridò con occhi frementi.
L’ animale si chiama Grifone,
ha larghe ali e criniera da leone!
Per pranzo vorrebbe mangiarlo,
con le ossa e la pelle gustarlo!
Persino io ne fui terrorizzato,
pur se la scopa avevo già afferrato!
– Sai cosa mi è venuto in mente?
dissi, perché le cose non fossero cruente.
E se attirassi il Grifone nella sua tana
e ci mettessi sopra un macigno,
non sarebbe per lui il canto del cigno?