Oggi sul Gazzettino un mio intervento sul Friuli letterario e culturale di ieri e di oggi. Lo posto qui, ché non tutti leggeranno, immagino.

 

Provo a districare la matassa di pensieri generati dalla lettura dei precedenti interventi sul tema dei ‘padri e figli’ letterari più o meno presenti nella nostra regione. Lo faccio, inevitabilmente, da una posizione (ammettendo che il centro sia in qualche punto a occidente di dove vivo e opero) marginale: non solo geograficamente, vivendo io a strettissimo contatto con un (ex) confine, quello tra Italia e Slovenia, in una regione che è già di per sé confine, ma anche dal punto di vista letterario.

La questione, dunque. In linea generale e senza voler fare, per il momento, distinzioni, mi sembra di poter dire che la letteratura di questa regione rappresenti davvero un caso unico in Italia e non solo: per la sua varietà di stili e linguistica, per la capacità di porsi in ascolto e di dettare nuove strade, infine per la qualità della produzione letteraria. Non sto qui a citare tutti i nomi già fatti, ci metto dentro – giusto per dare un’idea di autori viventi – solo Magris e Pahor, Cappello e Zanier, Avoledo e Villalta. Poi però vengono le distinzioni, geografiche e generazionali. Sulle prime penso che Massimiliano Santarossa abbia colto nel segno parlando di una dimensione della città e del territorio, ed anche di un contrasto sociale, che porta Pordenone ad essere la realtà trainante. Non so dare una risposta definitiva al perché  Udine non sia stata e non sia capace di porsi nemmeno in competizione. Mi torna in mente un’esperienza lontana nel tempo, il tentativo fatto con alcuni amici udinesi di smuovere, attraverso una rivista, le acque limacciose in cui ci sembrava si trovasse la cultura friulana. Ci impantanammo, ovviamente. E poi penso ad una realtà che sino ad ora non è stata citata, una realtà geograficamente e numericamente piccola come quella di Gorizia, dove un piccolo gruppo di poeti della mia generazione sta creando poesia di qualità, e da dove ogni estate parte un festival poetico itinerante, ‘Acque di acqua’, che coinvolge decine e decine di poeti in letture che avvengono in ogni parte della regione ed anche in Austria, Slovenia e Croazia. Un festival che non riceve un euro dalla Regione, e che quindi sarà probabilmente una delle poche iniziative letterarie che si terranno anche il prossimo anno.

Pensando a questa piccola ma importante realtà arrivo alla questione generazionale. Per evitare di ripetere nomi e cose già scritte, giungo al punto che mi sta a cuore. Credo che la connotazione principale che ha contraddistinto i ‘maestri’ del nostro Friuli – ormai tutti scomparsi eccetto Leo Zanier, che considero alla stessa stregua degli altri anche solo per aver scritto una poesia come ‘Identitât’ – sia stata, al di là della qualità letteraria, un forte sentimento etico e civile. Che oggi, questi sono i tempi, non esiste quasi più. È quasi del tutto scomparsa, non solo nella letteratura, quella necessità di camminare un percorso culturale con la schiena diritta, di non lasciarsi condizionare da bisogni economici e politici, di coltivare con onestà ed umiltà una gioia propria per poterla donare agli altri. Penso a Morandini, che ho conosciuto meglio di altri, e provo una certa amarezza nel riflettere su come quanto ha cercato di insegnarci, anche con il semplice fare, sia rimasto lettera morta. Allora, a Udine e altrove, forse bisognerebbe iniziare a pensare che, nonostante tutto, occorre mettersi in gioco guardando alla letteratura ed alla cultura come bene collettivo, come occasione di essere parte di quel progresso di cui parlava Pasolini, quello voluto da chi, diceva, ‘non ha bisogno di interessi immediati da soddisfare’. Sarebbe un buon inizio.

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