Per di qua è passata un po’ di gente perché avevo scritto tempo fa un post intitolato Come sono andate le elezioni. Come sono andate, domenica e lunedì, lo sapete. Qui si votava in piccoli Comuni, tra gli altri nel più piccolo del Friuli Venezia Giulia, ed è andata così. Ma questa non è che sia una gran notizia. Invece domenica sono andato a Udine a sentire Fabio Franzin invitato da Vicino/lontano. E ne ho scritto.

Fabio Franzin, ultimo tra gli autori in ordine di tempo ospite del Progetto Koderjana della Stazione Topolò (nel paese ha scritto in dialetto veneto-trevigiano le poesie contenute in ‘Rosario de siénzhi (Rosario di silenzi)’, è stato uno dei protagonisti della giornata conclusiva di Vicino/lontano, appuntamento culturale udinese che da sette anni, attraversando diversi ambiti disciplinari, dà vita ad un palcoscenico delle differenze e delle diversità, del confronto e del conflitto, a un’arena di discussione sul senso di identità.
Quella di cui si è dibattuto quest’anno è stata soprattutto un’identità perduta, quella del mondo operaio. E Franzin, veneto di Motta di Livenza, quindi dell’area interessata dall’ex miracolo economico del Nord-est, questa perdita – fatta anche di privazioni, vessazioni, di lavoro sporco e mal retribuito – l’ha raccontata (prima come operaio, poi come cassintegrato ed ora in mobilità) con i versi, in particolare con due opere, ‘Fabrica’ e ‘Co’e man monche (Con le mani mozzate)’. “A me sta stretta la definizione di poeta operaio – ha spiegato conversando con Rodolfo Zucco – e per altro non sono più neanche operaio. Allo stesso modo, se mi chiamano poeta dialettale, penso a Biagio Marin che si arrabbiava quando lo definivano così, diceva che l’importante non è come si esprime qualcosa ma cosa si esprime.”
Il lavoro di Franzin sulla condizione operaia attuale è partito dall’opera di Simone Weil, che da persona facente parte di un’agiata famiglia, in un periodo di crisi economica come quello attuale, decide di entrare in fabbrica e raccontare quel mondo. “In 70 anni nulla è mutato per quello che concerne il tentare di mantenere la propria dignità umana in un luogo di lavoro” ha affermato il poeta, raccontando poi, tra una lettura e l’altra, del suo approccio al dialetto: “Sono nato a Milano e mi sono trasferito in Veneto a sette anni, all’inizio era una lingua ostile, ho cominciato a farla mia ascoltandola in osteria e rapportandomi con i miei coetanei. Poi ho assistito ad una trasposizione teatrale di ‘Filò’ di Zanzotto ed ho capito che quella lingua poteva anche diventare poetica.”

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