Ho ascoltato Erri De Luca, l’altro giorno.
“Noi nati nel dopoguerra siamo una combinazione strana, la prima generazione che a vent’anni non è stata mandata a distruggersi con la guerra.
“Napoli apparteneva al sud, non solo d’Italia ma del mondo, aveva la più alta mortalità infantile d’Europa ma anche la più alta densità abitativa. Ospitava la sesta flotta degli Stati Uniti, con la libera uscita di migliaia di soldati americani, una città consegnata a quella truppa. Me ne sono andato volentieri, perché assomigliavo sempre di più a loro.
Sono cresciuto in una stanza piena di libri, non mia ma di mio padre, era la migliore di tutte, la più calda della casa e la più silenziosa. Imparavo le storie anche dalle voci degli adulti, una narrativa atroce fatta dalle donne, sono loro che hanno affrontato il peso maggiore della guerra moderna che uccide più gli indifesi e gli inermi che i soldati. Le donne raccontavano le storie tra di loro, ma passavano attraverso le pareti di tufo. Quello che mi arrivava alle orecchie innerbava tutti gli altri sensi. Sono diventato scrittore per assorbimento della materia prima che avevo attorno.
A scuola usavamo pennino e calamaio, era difficile scrivere. Poi vennero le medie, la penna biro, fu più semplice scrivere senza il rischio di perforare il foglio, e quella facilità ha scatenato la mia fantasia. Staccavo dal quaderno il foglio a quattro facciate, e la storia durava giusto quello spazio. Così ho continuato a tenermi compagnia con la scrittura e la lettura. Per me la scrittura non è lavoro, quand’ero manovale era quella mezz’ora strappata alla mia giornata di lavoro.
Chi ha fatto per molti anni il mestiere di operaio non smette di guardare il mondo dal punto di vista dell’asservimento, un punto di vista poco panoramico. Quando partecipavo alle spedizioni sull’Himalaya non guardavo mai le cime delle montagne ma i piedi dei portatori, dove si scaricava tutto il peso dei nostri bagagli.
Uno dei miei eroi, oltre al Che, è stato Marek Edelmann, capo dell’insurrezione nel ghetto di Varsavia. Quando l’ho incontrato, l’ho ringraziato per aver rinunciato, prendendo le armi, ad una parte della sua umanità. È stato il mio eroe perfetto.
Ho fatto parte dell’ultima generazione rivoluzionaria d’Europa. Il ’900 ha risolto il problema delle oppressioni in due modi, la rivoluzione e l’emigrazione.
La parola non ha alcun valore aggiunto, se lo procura solo in condizioni di emergenza. Nei regimi totalitari la parola è resistenza.”

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