È un collega (come giornalista e come poeta) ed una persona che stimo moltissimo. Ha scritto questa cosa per il giornale per cui entrambi lavoriamo. Lo so, uno può dire che abbiamo fatto tutto in casa, e non poteva scrivere diversamente. Poteva farlo. Sul libro altre considerazioni nei commenti a questa segnalazione su Rebstein.

Non è semplice scrivere di un collega di lavoro e di mestiere che è (il mestiere) quello poetico. Tanto più difficile sarebbe scriverne male, oppure pensare male e scriverne bene. Della raccolta di poesie di Michele Obit Le parole nascono già sporche (edite da Le Voci della Luna, prefazione di Fabio Franzin), si può scrivere e pensare bene.
Nella raccolta, che è uscita ai primi di gennaio 2010, Obit si propone come poeta (e uomo) “maturo”. Maturità vuol dire un linguaggio poetico “chiaro” nelle scelte delle parole e dei versi, nel calibrare metafore e pensieri espliciti, nel nominare cose e persone in una sequenzialità di senso, ovviamente poetico.
Maturità vuol dire anche una visione “chiara” di se’ stessi e del proprio stare nel mondo. Obit sta nel mondo non in modo sublimato ma diretto. Questo mondo è feroce, non concede sconti, a cominciare dallo stesso linguaggio che è poi il principale medium fra uomo-soggetto e mondo-oggetto. Il mondo penetra nel linguaggio denudando l’uomo: “La nostra vita quotidiana/è fatta di parole che nascono calpestate/ prese a manganellate e violentate”. Così si sta in questo chiaro mondo.
Obit diventa persino esplicito nella crudezza descrittiva: “razza umana-carne-fresca- / sei operai morti travolti dalla melma/per i quali non servono più le parole.\ Questo diventa parlare “fuori metafora”. Cito un altra immagine: “ Massacrate quindi gli indigeni del Perù/ e prendete i loro dividendi.” In “Caicedo” (scrittore Colombiano morto suicida) Obit spinge il suo essere nel mondo al limite: “Vivere più di venticinque anni /è un’ insensatezza – o è un’ insensatezza-/ questo vivere.” Il mondo che ha ucciso la parola, il pensiero ci fa “cadere mentre una miriade di dati/ci danno davvero piccole speranze di sopravvivenza.”
Obit tenta un altro mondo. Quando scrive “Le parole nascono già sporche”, formula una speranza credendo: “Che le parole nascessero guardando la porta/di casa aprirsi o le mani di una figlia.” Una figlia, una moglie, una casa potrebbero opporre al mondo un po’ di dolcezza e pietà per l’uomo. Ma anche da questa parte nascono problemi. L’invasione del mondo non si ferma. Nella casa lui dorme: “Sul divano un bicchiere capovolto /per terra i pezzi di un puzzle“. Quando lei scenderà e lo vedrà dormire sul divano, cosa farà? “Penserai a come sto dimagrendo/a forza di cercare il pezzo mancante.” Penserà, ma farà qualcosa?
La parola è sporca, il mondo violento, l’uomo nel mondo perde una parte del puzzle e non si ricompone più: neanche nella pace domestica, se c’è la pace. La malattia si diffonde e non ti lascia. Il poeta ama e sa di amare, però: “perchè alla fine/è vero che ti amo e non posso/però è anche vero che il tuo egoismo/fa crollare ogni piccola conquista.” Si può amare, anche se l’amore reca con sè una trappola, e lei rimane pur sempre un essere del mondo. Che fare? Obit chiude:“ senza preavviso arriverranno/chiuderemo le porte/ distrattamente/ le teniamo sempre chiuse.” C’è forse una nostalgia per il poeta che si è lucidamente tuffato nel mondo? È una nostalgia per le porte chiuse, oppure è l’impossibilità di aprirsi dell’uomo e del mondo il male più profondo? Dalle piogge acide a stento ci salva il sorriso di una figlia e ancora più debole è l’amore di una donna che comuque arriva da porti crudeli. “La “chiarezza” di Obit illumina il mondo e l’anima dell’uomo: schiudendo il buio e lasciando ben poche illusioni.

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