Ho staccato (cerco di staccare) un po’ da tutto per concentrarmi su varie cose legate alla traduzioni. Come sempre, mi sono capitate nel giro di poche ore risme intere di poesie e testi vari da tradurre, o traduzioni da correggere. Veniamo di farcela anche questa volta. Tempo fa ho scritto una cosetta su questo tema, cercando di riassumere un po’ di cose (certo, confuse) che ho nella testa. Niente di che, ma insomma. Ecco.

La torre di Babele di Bruegel mi perseguita. Mi è capitato di usarla come copertina di un quadernetto che ospitava i lavori scaturiti da un laboratorio di traduzione poetica che avevo organizzato a Topolò, nel profondo nord-est, terra di confine. E me la sono ritrovata davanti, poi, spesso, fino all’altro giorno, quando l’ho incontrata nella quarta di copertina di un volume edito dall’Associazione dei traduttori letterari sloveni dal titolo “La traduzione di testi della prima metà del XX secolo”, una serie di brevi saggi racchiusi in 400 pagine, un libro inviatomi da una docente della Facoltà di letteratura dell’Università di Lubiana dopo un nostro incontro a Rogaška slatina, in Slovenia, durante un festival letterario in cui si è parlato anche di traduzione. Insomma, per dire che la vivace scena culturale slovena si occupa non poco di questo mestiere bistrattato, non poco perlomeno in confronto alle esperienze che si vivono in Italia. E per dire che, sfogliando quel volume, non ho potuto fare a meno di soffermarmi su un saggio che analizza la presenza in lingua slovena di uno dei poeti ormai classici della letteratura italiana, Umberto Saba. Già nel titolo la saggista si chiede: “Quanto lontana è Trieste?”, per spiegare poi che, per quanto geograficamente vicine, la realtà letteraria slovena e quella triestina si conoscono ancora poco. E si parla solo di Trieste, figurarsi l’Italia.
Ecco, se un giorno mi è passato per la mente di mettermi a tradurre è stato soprattutto per la ferma convinzione che qualcosa non andava nella reciproca conoscenza di queste due letterature, e che qualcosa, nel mio piccolo, potevo farlo. Avendo soggiornato per alcuni mesi, nel 1995, a Lubiana, ho conosciuto alcuni giovani poeti sloveni che poi sono entrati a far parte di un’antologia sulla nuova poesia slovena che ho curato e tradotto nel 1998. Un altro motivo mi ha spinto a tradurre, e cioé la necessità, mia personale, di comprendere bene, a fondo, un testo poetico il cui significato, letto il testo velocemente e con la mia conoscenza non precisa della lingua slovena, poteva sfuggirmi.
In questo non solo mi dico d’accordo con Calvino quando affermava che “tradurre è il vero modo di leggere un testo”, ma mi spingo ancora più in là affermando che è l’unico modo di leggere un testo. Gayatri Spivak ha scritto che “la traduzione è il più intimo atto di lettura”, ed è questa intimità, credo, la vera essenza di un lavoro di traduzione. È il mettersi a completa disposizione della parola, denudarsi di fronte ad essa e ricoprirsi del suo significato. Io cerco di farlo, da persona semplicemente amante della parola, con tutte le difficoltà del caso. Si pensi solo al fatto che fino ad un paio di anni fa non esisteva un dizionario serio di italiano-sloveno e di sloveno-italiano. E si pensi, d’altro canto, a quanta strada ha fatto la letteratura slovena (la letteratura di un popolo di appena due milioni di abitanti) in questi ultimi anni, cadute le barriere ideologiche, in Italia. Boris Pahor docet, ma anche altri.
Mi è stato chiesto di scrivere qualche pensiero sul mestiere di traduttore e sulla mia esperienza, e non saprei davvero cosa altro aggiungere, perché in realtà, me ne rendo conto ogni volta che prendo in mano un libro sloveno (che leggo, e che quindi traduco mentalmente), ogni traduzione fatta in un determinato momento potrà essere diversa tra un’ora, un giorno, un mese o un anno. E però il fascino della traduzione sta proprio qui, nel dover essere scienza il più possibile precisa ben sapendo che si tratta, in realtà, di quanto più variabile e soggettivo ci sia al mondo. L’unica traduzione perfetta, l’ha raccontato Borges, è la riscrittura di un testo. Tutto il resto è, almeno per me, l’affascinante scoperta che si fa leggendo un testo e provando a rileggerlo con le proprie parole.

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