Ho scritto per il settimanale per cui lavoro un qualcosa (una recensione?) sul libro di Boris Pahor. La riporto qui.

Terminato di leggere “Qui è proibito parlare”, l’opera di Boris Pahor edita da Fazi che fa seguito al grande successo editoriale di “Necropoli”, rimane – accanto alla sensazione di trovarci di fronte ad un autore che merita i riconoscimenti sino a qui ottenuti a livello internazione – una domanda. Che vale per chi scrive, o per chiunque conosca o viva le vicende legate alla minoranza slovena in Italia. La domanda è: con che occhi leggerà questo libro un abitante di un altro luogo dell’Italia e del mondo che non aveva mai sentito nemmeno nominare l’incendio del Narodni dom o le persecuzioni a cui erano soggetti gli sloveni sotto il fascismo? Perché, evidentemente, l’occhio esterno si sentirà meno coinvolto e partecipe, forse farà qualche obiezione, o forse vorrà approfondire l’argomento.
È evidente, in ogni caso, che la vicenda narrata da Pahor – una storia d’amore con sullo sfondo Trieste, quando della Seconda guerra mondiale c’erano solo le avvisaglie ma lo sguardo bieco delle camicie nere faceva già presagire quanto sarebbe successo – è utile. È utile a far conoscere una parte di storia (volutamente) dimenticata, così come era successo per “Necropoli”.
Qui la dimenticanza è forse ancora più grave, nel momento in cui si vuole omaggiare con una Giornata del ricordo “la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, come si legge nel testo della legge che l’ha istituita. Dimenticando, per l’appunto, quanto di male gli italiani fecero nei confronti degli sloveni, prima come minoranza del Triestino e del Goriziano, poi come popolo, con la cruenta invasione delle truppe di Mussolini che arrivarono ad occupare Lubiana.
Pahor racconta un’estate ed un autunno che precedono la guerra attraverso le vicende di Ema, una giovane slovena che scende da un paesino del Carso a Trieste in cerca di lavoro. Incontra Danilo, attivista, e con lui riannoda i fili della propria identità e della propria coscienza intellettuale. Quando Danilo partità per il servizio militare, sarà lei a mettersi in gioco, aiutando alcuni giovani a rifornire le famiglie slovene dei dintorni di libri di scuola in lingua slovena, che il fascismo aveva proibito.
La vicenda dà l’occasione allo scrittore di delineare alcune figure tragiche, come quella della sorella di Ema, Fani, e di puntare il dito su alcuni aspetti della vita della minoranza slovena a Trieste.
Già allora, ad esempio, esisteva diversità di vedute tra coloro che si definivano liberali e chi sperava nella vittoria del socialismo.
Ma c’è anche molto materiale storico (si racconta dello scioglimento delle istituzioni slovene e croate, della bomba nella redazione del “Popolo di Trieste” per la quale quattro sloveni furono condannati a morte, dell’allontanamento dalle scuole di insegnanti, della pratica del confino…) e letterario: da Cankar, al quale Pahor stilisticamente deve qualcosa, a colui che, in una visione poetica e insieme profetica, aveva già capito quale sarebbe stato il destino dell’Europa, cioé Srečko Kosovel. Al quale risponde, come per una conferma, Danilo: “Il futuro è un’incognita nascosta da un sipario nero”.

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