Piccoli destini fatali

II

Un impiegato pubblico entra alle due del pomeriggio nell’autobus che prende tutti i giorni, paga, oblitera, e per sua soddisfazione vede che c’è un posto a sedere, vi si dirige senza vedere alcuna persona conosciuta, e vuoi che ci sia gente conosciuta a questa ora e con questo caldo, così l’unica cosa a cui pensa l’impiegato pubblico è il pranzo che sua madre gli prepara quando arriva a casa, il riposino di 5 minuti, nel sonnellino, e pensando a questo non si è accorto che l’autobus su cui è salito non si ferma ogni quattro isolati né in alcuna parte, e quando se ne accorge l’ometto l’unica cosa che fa è stringere le mani che gli sudano e nulla altro, o forse si volta a guardare i passeggeri, tutti uomini, una donna nell’ultimo posto vestita di nero, tutti di pelle scura e perché sarà che sono tutti così magri e perché a tutti si vede la fame nel viso, perché, soprattutto, l’autista quando si volta guarda proprio lui. E dà il segnale. Allora l’autobus si ferma e tutti gli salgono sopra, e quando all’ometto strappano via il primo pezzo di guancia, lui pensa a cosa diranno i suoi colleghi d’ufficio quando l’indomani uscirà la notizia sul giornale. Ma l’indomani non uscirà niente, sul giornale.
Andrés Caicedo

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