Le cose che Boris Pahor ha raccontato ieri a S. Pietro al Natisone le avevo già ascoltate a Vicino/lontano, a Udine, e probabilmente le hanno ascoltate tutti coloro che, almeno una volta, hanno partecipato ad un incontro con lui. Ora, il fatto è che uno non riesce a smettere di ascoltare questo 95enne dalla pelle quasi più liscia della mia, capace di passare, come ieri, dallo sloveno all’italiano e viceversa, traducendosi quindi solo, perfettamente. Di raccontare gli orrori dei campi di concentramento e la persecuzione degli sloveni operata dal fascismo, ma anche la sua idea che le persecuzioni di oggi – quelle a chi è colpevole solo di avere la pelle nera o di non essere italiano – possono essere l’anticamera di un nuovo fascismo.
Beh, avevo preparato sette domande, ne ho fatte due, incapace di fermarlo.

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