Questa mattina, a Udine, a vicino/lontano. Boris Pahor, classe 1913, parla per un’ora e mezza praticamente ininterrottamente. In un silenzio quasi religioso, davanti a circa trecento studenti. Il primo applauso parte solo quando ammette: “Scusate, ho perso il filo del discorso”, ma ci mette tre secondi a ritrovarlo. L’odissea e la tragedia raccontate in Necropoli, certo, ma Pahor vive in questo tempo, forse molto più di tanti altri più giovani di lui: “Tutti gli sradicati d’Europa di oggi, tutti quelli che ci vengono perché a casa loro non trovano lavoro, e sono costretti a diventare francesi, tedeschi, italiani, tutti loro non devono invece perdere la propria identità linguistica e culturale, ma esserne fedeli.”

Boris Pahor a Udine

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