«Uccidendo gli ebrei, – diceva, – abbiamo voluto uccidere noi stessi, uccidere l’ebreo che è in noi, uccidere quello che in noi somigliava all’idea che ci facciamo dell’ebreo. (…)». Estrapolo solo poche tra le parole significative (significative è parola soave, senza peso, rispetto a quello che veramente vorrei dire) da questo libro. Un’opera eccezionale, secondo me, comunque la si veda. Dove emerge – altri lo hanno detto meglio di me, ad esempio Genna – che il male è qualcosa dal quale uno, uno qualsiasi, non scappa. Le pagine che raccontano le uccisioni in massa – come mosche, come vermi – degli ebrei (e di zingari, di menomati, di chiunque fosse possibile, in quel momento, eliminare per permettere alla grande razza di sopravvivere, unica e sola) – sono quasi indigeribili. Eppure belle, eppure vere. E’ successo, porca miseria. E nello stesso tempo la vicenda personale del protagonista è impregnata di morte, dolore, disperazione. Non c’è dunque speranza, nell’uomo. La vita non vale nulla, quella di una ragazzina ebrea come quella del migliore amico, che per giunta ti ha salvato la vita. Romanzo-fiume, romanzo del nostro tempo, straordinaria testimonianza che, nonostante un passo troppo lento, quasi noioso nella seconda parte, andrebbe letto e riletto, andrebbe soppesato e valutato continuamente, oggi come domani, oggi che uccidono per strada un ragazzo a Verona, quasi per divertimento, domani che potrebbe accadere anche a noi. Di venire uccisi, o di uccidere, così.

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