Dunque si va, si percorre a piedi cinque chilometri, da Pulfero, al confine di Stupizza / Robič, perché arrivati lì sarà ancora confine, e si aspetterà, ascoltando Illy ed il ministro degli esteri sloveno, bevendo brulé e parlando, cantando. Si aspetterà la mezzanotte, il taglio delle sbarre, il Capodanno di queste terre di confine. Queste e altre cose accadranno tra stanotte e i prossimi giorni (un programma delle iniziative nella provincia di Udine qui).
In altre località si sbizzarriscono pure, come a Gorizia: un video confessionale verrà allestito sul confine S. Gabriele – Erjavčeva, servirà a raccontare (finalmente) ciò che non si è mai raccontato ai doganieri, “confessare” i propri “peccati di contrabbando” ed espiare le proprie “colpe”.

L’evento serve anche a riempire fiumi di pagine. Il Piccolo ha dedicato alla caduta del confine venti pagine, infarcite di pubblicità per la verità. Scrive tra l’altro Paolo Rumiz: “Addio alle scritte ‘Državna meja’, addio al ‘Niente da dichiarare’. Ora cambia davvero tutto, anche nelle tremende valli dello Judrio e nel Cividalese, nido inespugnabile di bracconieri mistilingui e distillatori di frodo.” E di “gladiatori”, alcuni dei quali tuttora in fermento, aggiungerei io.
Scrive Boris Pahor, un grande: “Il traguardo principale è la maturazione di una coscienza comune, di un’unità nella molteplicità”.
Scrive Predrag Matvejević, un altro grande: “I vecchi particolarismi potrebbero facilmente ridisegnare i confini dell’Europa, incoraggiati da ogni tipo di nazionalismo retrogrado e clericale (come quello che abbiamo visto sotto il precedente governo polacco o nella politica di Putin) o da altre tendenze simili che si manifestano con arroganza e rozzezza. Si tratta di ripensare ciò che si potrebbe definire come una nuova architettura della frontiera”.

Bene. Io stasera sarò là, a festeggiare. Poi mia figlia, o comunque la sua generazione, terminerà di leccarsi le ferite che noi ancora abbiamo.

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