Il venerabile Ghesce Lobsang Pendhe apre la finestra del Centro buddista di Polava e sorride. Un po’ dev’essere abituato a ricevere visite, ma più che altro è la sua natura, il suo modo di fare, di vivere il buddismo: una predisposizione all’apertura. Questa è la prima impressione. Per la verità è la seconda volta che faccio visita a questo centro – una casa spaziosa che ha alle spalle, posto su una roccia, lo “Stupa”, simbolo archetipico che rappresenta la Mente dell’Illuminazione, un manufatto in pietra e cemento con la statua in rame del Buddha. La prima, circa un anno fa, con alcuni amici pordenonesi. Allora ci offrì del te, conversò con gli amici in quell’italiano stentato che lo rende comunque simpatico (anche adesso dice: “Ma sto imparando, sto imparando…”), mentre io curiosavo nella biblioteca della casa.
Il Centro nasce dall’incontro di Plinio Benedetti, oggi direttore del luogo dedicato alla filosofia buddista, con il ven. Ghesce Yesce Tobden, avvenuto nel 1987. “La qualità dell’insegnamento e l’ispirazione del maestro – spiega Benedetti – determinarono subito un forte legame e questo ci portò a seguirlo nei suoi continui spostamenti.”
La scelta di Polava non è stata casuale. Giunto in zona, Ghesce volle visitare il monastero di Castelmonte, e da lì “vide un monte che in quel periodo autunnale era di un bel ocra dorato e vagamente, come ci fece notare, la sua forma assomigliava al cappello da cerimonia Gelupa.” Chiese di essere accompagnato sul Matajur, sentendo che lì avrebbe trovato il posto adatto per costruire il Centro. Benedetto trovò la casa nel piccolo paese a pochi passi dal confine con la Slovenia, e fu il ven. Ghesce Ciampa Ghiatso ad inaugurarla. Morì, però, prima di poter vedere la conclusione dei lavori di ampliamento del centro con l’acquisizione e ristrutturazione di un edificio attiguo, fortemente danneggiato, inaugurato nel 1999.
E’ uno dei suoi cinque discepoli a gestire ora il Centro, pronto per accogliere, in visita riservata, il Dalai Lama, mercoledì 12 dicembre. Un incontro nato dalla collaborazione con il centro di accoglienza per immigrati Balducci, come spiega lo stesso monaco.
Ghesce Lobsang Pendhe ha 66 anni. “Sono scappato in India in seguito all’invasione cinese del Tibet, nel 1959, come è accaduto per tanti altri monaci buddisti e per lo stesso Dalai Lama” racconta. Nel 1985, dopo anni dedicati allo studio e alla meditazione, consegue il titolo di Ghesce e quello di Ghesce Logon Larampha. Nel 1988 a Sera-Me assume l’incarico di direttore di un collegio tantrico. Nel 1992 viene nominato disciplinare di Sera-Me. Dopo aver assunto altri importanti incarichi, viene indicato come maestro residente a Polava.
“La gente è molto gentile qui – dice – e la pratica e l’insegnamento sono attività che si realizzano facilmente. Soprattutto, ci sono tanti giovani interessati al buddismo.” Parla, il venerabile Ghesce Lobsang Pendhe, di quelli che sono “gli errori di cui è capace la mente”: le grandi guerre, ma anche i litigi in famiglia. “La mente in pace porta tranquillità”, anche se “cambiare subito, da mente negativa a positiva, non è cosa che si fa da un giorno all’altro, ci vogliono mesi.” Questo ascolto, e in qualche modo traduco da quanto il maestro dice. Chiedo una definizione di buddismo. Trascrivo sul notes le parole “migliorare la mente”, “cambiamento”, “felicità”. Non posso non pensare che la visita del Dalai Lama a Udine, e in questo paesino, può essere uno straordinario momento per molte persone. Forse anche per chi non conosce o semplicemente non crede.
Esco e il saluto è ancora un sorriso, anzi mi sembra che non si sia mai spento.

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