Il nostro fotoalbum di famiglia mi ha sempre fatto venire in mente un campo di battaglia della Grande Guerra così come l’aveva descritto la nonna: la Morte metteva allo stesso livello i visi, alcuni corpi scomparivano, dappertutto giacevano parti separate di corpi, soprattutto mani e gambe.
La mia fotografia preferita invece si nascondeva dietro il risvolto della copertina.
Era completamente diversa da tutte le altre. Fremeva di vita, e più volte mi è capitato di guardarla meravigliato e di sognare.
Lo zio Vinko ballava il twist con una ballerina che sarebbe potuta essere la moglie dell’altro mio zio, Janez. Non avevamo rapporti con nessuno dei parenti, che consideravamo traditori, solo Vinko veniva qualche volta a trovare la nonna, come espressamente metteva in evidenza. Sempre di passaggio, quando doveva trasportare il camion dalla ferriera alla capitale. Quando mi accarezzava la testa, con tutta la forza delle dite, capivo che era venuto a trovare anche me.
Iniziai a riflettere sui miei zii e le mie zie e mi resi conto che la maggior parte non li avevo nemmeno mai visti, se non di sfuggita, quasi sempre ai funerali. La zia Julia lavorava come donna delle pulizie nella stazione ferroviaria, e quando l’incontravo per strada mi rendeva il saluto, ma come se le avessi fatto chissà cosa. L’altra zia era l’unica che viveva nel paese della nonna, e non veniva mai ai funerali. Lo zio Lojze era sempre malaticcio e lavorava in un negozio dall’altra parte della città. Poiché per la gente estranea era già diventato proverbiale, non contavo minimamente su di lui – mi sorpresi più volte ad ascoltare i detti “Tirchio come Lojze” oppure “non stringere le chiappe come Lojze”. La nonna, come per tutti i suoi figli, pregava ogni giorno per lui, a volte scrollava la testa dicendo che lo zio sarebbe vissuto in eterno, neanche l’anima avrebbe voluto dar via, spilorcio. Vinko ad ogni visita dava un contributo per la messa, Lojze venne una volta e non lasciò nulla. Addirittura aveva chiesto alla nonna la metà di una patata che era rimasta nel piatto. Grigio e secco, quasi accartocciato, con sottili baffetti e dita che stringeva a intermittenza in un pugno, sedeva sullo sgabello, appoggiato con la schiena allo specchio (“Ne ho uno così anch’io, a casa, così non devo andare a farmi fotografare!”), si lagnava come dopo l’operazione la sua vita si era trasformata in un inferno. Avevano dovuto asportargli mezza vescica, dopodiché, nonostante il certificato medico e un lungo battibecco, ai bagni pubblici aveva dovuto pagare il biglietto intero.

Da “Kralj ropotajočih duhov”, Miha Mazzini (la traduzione è mia)

Annunci