Di Massimo Recalcati

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Ho letto da qualche parte che qualcuno lo ha preso un po’ in giro perché su Repubblica ha scritto recensioni di libri scritti da giornalisti di Repubblica. Vabbé. Poi si può anche dire che ormai passa da un festival (di letteratura, di scienza, di filosofia) all’altro, una sorta di superstar. Resta il fatto che l’ho ascoltato per un’ora ed un quarto a Pordenonelegge (per il suo libro ‘L’ora di lezione’) e non avrei voluto andarmene via. E mi sono annotato queste frasi, tra tutte:
– Da studente ero l’idiota della famiglia, mi bocciarono in seconda elementare ed in seconda superiore: parlo al sasso che sono stato
– La scuola di oggi trasforma la vita in una gara, è il narcisismo dei genitori a spingere lo studente a gareggiare
– Ciò che non dimentichiamo dei maestri è lo stile, il suo amore per il sapere. Se non li dimentichiamo è perché trasformano il sapere in un gesto erotico, capace di causare desiderio.

Di un dialogo

– Beh, secondo me Bertolucci era un grande.
– Ah beh, sono d’accordo.
– Bertolucci… mancano le cose che faceva lui.
– Certo, certo. Non proprio indimenticabili, ma…
– No, invece per me erano indimenticabili. Quelle…
– Beh, sì, è stato uno dei quattro.
– Voglio dire, uno dei quattro… Difficile fare classifiche in quella categoria.
– Classifiche? No, Paolo Bertolucci era uno dei quattro che ha vinto la Davis. Quella sì è stata indimenticabile!
– Veramente parlavo di un altro Bertolucci. Attilio, il poeta.
– Ah.

Di ‘Pa que se acabe la vaina’

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“La prima impressione che hanno della Colombia i viaggiatori è quella di un popolo dolce, ospitale e felice, tanto accogliente che a volte è difficile crederci, e costa poi accettare la verità di quella trama di tragedie e sfortune accumulate che solo chi le conosce può discrivere. Il paese mostra sempre una superficie ingannevole, non necessariamente per ipocrisia ma per una testarda necessità di convincere se stesso che le cose non vanno male.” Si può partire da queste parole per raccontare cosa è oggi la Colombia. Le ha scritte un poeta e saggista colombiano, William Ospina, nel suo ultimo libro intitolato ‘Pa que se acabe la vaina’ (una traduzione non letterale sarebbe: Perché si finisca con questa storia). È uno straordinario saggio che racconta, in maniera soggettiva e mescolando abilmente storia, cambiamenti sociali e letteratura, gli ultimi duecento anni di vita in Colombia, gli anni dall’indipendenza dal dominio spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, sino ad oggi. Se si vuole capire cosa è oggi la Colombia occorre capire cosa è successo prima, anche molto tempo prima. Occorre capire che la Colombia di oggi è la conseguenza di una spartizione del territorio, successiva all’indipendenza, tra una mezza dozzina di famiglie, e che quelle famiglie hanno deciso, assieme alla Chiesa che è sempre stata loro alleata, il destino di una nazione e di un popolo. Occorre capire che si sono spartite per due secoli il potere (indipendentemente se al governo ci fossero conservatori o liberali, protagonisti di un duopolio spesso finto) senza compartirlo con nessuno e soprattutto lasciando fuori da ogni gioco la parte più importante del paese: el pueblo, il popolo. Quel popolo che non ha mai contato nulla, che è stato ed è ancora vittima di innumerevoli ingiustizie.
La violenza, la guerriglia, il narcotraffico – i grandi mali per i quali questo Paese viene riconosciuto in tutto il mondo – sono tutte effetti, non cause, di una situazione dalla quale la Colombia pare non trovare ancora la forza di uscirne.
* * *
Ed è invece il popolo, quello che ho incontrato anche questa volta ogni giorno nella metropolitana di Medellin, quello che ho visto nelle piazze dei paesi o lungo le tortuose strade che uniscono la grande città alle zone di montagna, che ti racconta ancora della gioia e della speranza che comunque percepisci. Comunque, nonostante tutto quanto ha dovuto sopportare in questi ultimi duecento anni, e prima ancora.
Medellin, che ancora oggi in Europa si ricorda come la città di Pablo Escobar, è un compendio della Colombia. Ci trovi la povertà e la ricchezza, ci trovi la musica in ogni angolo, ci trovi, a chiedere elemosina agli incroci, i bambini ‘desplazados’, quelli che assieme alle proprie famiglie sono stati costretti a fuggire dalle campagne e dalle montagne a causa della guerriglia o della semplice povertà, e sono arrivati a popolare ancora di più una città che oggi conta ufficialmente 2 milioni e mezzo di abitanti ma in realtà ne ha molti di più, non censiti, uomini, donne, bambini e anziani che sono come invisibili, eppure ci sono. Vivono in capanne fatiscenti che stanno su per miracolo, costruite sopra mucchi di rifiuti, oppure per strada, alcuni addirittura nelle fogne, usando i tombini come porte della propria ‘casa’. Eppure ci sono, sono parte di una città che ti presenta anche un’altra faccia, quella della gente cosiddetta perbene, che ti accoglie in un edificio a venti piani facendoti passare attraverso una portineria custodita da due persone armate, e manca solo di dover passare attraverso il metal-detector. C’è la Medellin che ti sembra uno dei paesi della Benecia, ma come era una volta, e con molta più gente, e musica a tutto volume, e birra e rum e ‘aguardiante’, la grappa colombiana, ed il continuo parlare di tutto e di niente, ma sempre con un sorriso per sé e per la bella ragazza che passa accanto. E c’è la Medellin che ti sembra un solo unico grande condominio dove chi ci abita non parla mai con il vicino di appartamento, e forse non lo ha mai nemmeno incontrato .
* * *
Medellin non è più la città di Pablo Escobar, e non solo perché ormai il centro della produzione mondiale di cocaina si trova in Messico e non più in Colombia. Medellin nel 2013 è stata eletta la città più innovativa del mondo, davanti a New York e Tel Aviv, grazie al suo moderno sistema di trasporto pubblico, alle sue politiche ambientali e alla sua rete di musei, scuole, biblioteche e centri culturali. Medellin è calore (il calore della gente e quello meteorologico, visto che per gli abitanti della città il pieno inverno è con pioggia e alla temperatura di 18 gradi), ed è anche, nonostante tutto, una straordinaria voglia di vivere e di progredire. Entrarci è come entrare in un frullatore che ti fa girare in continuazione e conoscere gli odori, i sapori, l’allegria e la tristezza che girano anch’essi assieme e attorno a te. Ne esci diverso, con la consapevolezza che è un altro mondo rispetto al tuo, per certe cose migliore e per certe peggiore, ma un mondo comunque necessario.

Di Janez Janša: colpevole

Oggi, poco dopo le 11, è stata emessa a Lubiana la sentenza di primo grado nei confronti dell’ex premier sloveno Janez Janša e di altre due persone, a giudizio per il cosiddetto affare Patria. In particolare il politico di centro-destra avrebbe ricevuto in ‘regalo’ delle somme di denaro da parte dell’azienda finlandese Patria per favorire la vendita alla Slovenia di mezzi corazzati militari.

Il processo era iniziato nel settembre 2011. Dopo una settantina di sedute il tribunale ha ritenuto di avallare l’accusa che per Janša aveva richiesto due anni di reclusione. Il politico ovviamente ricorrerà in appello.

Questa mattina davanti al tribunale numerose persone, sostenitori del centro-destra, erano in attesa della sentenza. Dopo di questa non sono mancate le proteste come non mancheranno conseguenze sul piano politico sloveno.

Di una dichiarazione di voto (seconda parte)

Intanto:

1) ho chiaro che domenica voterò per un candidato PD alle regionali del Friuli Venezia Giulia ed un candidato del SEL alle provinciali di Udine. Perché sono persone che possono fare del bene, unicamente per questo.

2) meglio Prodi di D’Alema o Amato, meglio Bonino e ancora meglio Rodotà di Prodi o anche di Gabanelli. Ma Cristo santo.

3) Le elezioni politiche di marzo le ha vinte Berlusconi.

Del PEN club sloveno e di Janša

Il tema del momento, in Slovenia, non è tanto la crisi economica e l’eventualità che il (nuovo) governo debba chiedere aiuti all’UE, quanto la vicenda dell’esclusione dal PEN club sloveno dell’ex premier di centro-destra Janez Janša. In realtà si tratta di una proposta di esclusione, che deve essere votata dall’assemblea. Ma tant’è. Tanto è bastato, ad esempio, perché Boris Pahor decidesse di abbandonare il PEN club sloveno come gesto di solidarietà nei confronti di Janša (non commento, è meglio). La proposta di esclusione – lo dico dopo aver letto le motivazioni di chi l’ha fatta, la risposta dell’ex premier, e ancora la contro risposta, ad esempio di un valido intellettuale come Boris A. Novak, vicepresidente del PEN Internazionale – ha dei fondati motivi. Tra questi le passate prese di posizione di Janša nei confronti dei ‘cancellati’ e dei Rom, che sarebbero in netto contrasto con le direttive a cui fa riferimento il PEN, basate sul rispetto incondizionato delle persone. Discuterei, piuttosto, il fatto che Janša venga considerato uno scrittore (ha scritto libri, ma come li hanno scritti Monti o D’Alema). La sensazione è che agli sloveni, popolo numericamente piccolo, queste cose piacciano, piacciano le diatribe senza troppo senso sulle quali costruire dibattiti televisivi e manifestazioni di protesta. I veri problemi, magari, sono altrove.

Di una dichiarazione di voto

Ecco, domenica e lunedì si vota. Io andrò a votate. Io invito ad andare a votare. E qui dichiaro, sotto la mia completa responsabilità, che voterò Partito Democratico. Non turandomi il naso, ma senza fare salti di gioia. Così, scegliendo il meno peggio, ed il partito che comunque presenta una candidata della minoranza slovena. Lo voto, quel partito, perché davvero, con tutta la buona volontà, non vedo null’altro – non Grillo, a parte le battute e le buone intenzioni, non Ingroia, che non mi ispira fiducia, non Giannino, anche se mi sta simpatico nonostante la vicenda delle false lauree, non Monti, che non ha fatto nulla per rimettere in moto l’economia italiana, non… So che questa dichiarazioni ha il peso che ha, cioè il peso di un voto. Ma mi sentivo di farla, ecco.

Di mani meravigliose

È che questa mattina, sfogliando in bagno un bellissimo libro di Heiner Müller, mi è capitato di leggere questo. Un uomo incontrò Martin Heidegger nel 1933 e gli chiese: “Come può un uomo così incolto come Hitler governare la Germania?” “La cultura non ha importanza – rispose il filosofo tedesco – guardi piuttosto le sue mani meravigliose.”

Di una poesia

Allora andiamo a fare qualcosa
di utile per questa umanità
andiamo a porgere un obolo un centesimo
in una mano vuota e caritatevole
a salutare la famiglia che vive
in tre metri quadri in un tombino
andiamo a far sorridere dei bambini
raccontando loro quanto abusiamo
della pazienza e dei loro sguardi
(la loro richiesta di aiuto e la loro
generazione ormai perduta)
andiamo a fare qualcosa di utile
per questo canto del cigno del mondo
che è un furore che sa di tregua
ed un lento scivolare in salita.

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